“Il Profeta” arriva in dvd

di Emanuele Zambon Commenta

Bellissimo, crudo e tremendamente realistico. Con "Il Profeta" Jacques Audiard mette in scena una sorta di metafora della vita...

il profeta

Con Audiard scopriamo che il nipote del giovane Holden è arabo e la sua iniziazione avviene in carcere. Il risultato sarà un profeta a tinte forti, plasmato a suon di bastone e carote.

Bellissimo, crudo e tremendamente realistico il romanzo di formazione con protagonista Tahar Rahim, la metafora della vita secondo il regista Audiard, che incanta per le soggettive che inducono lo spettatore a staccarsi dalla solita passività e ad immedesimarsi nelle vicende del protagonista.

E poi c’è la poetica di sequenze oniriche e mistiche, quasi a voler sviscerare l’inconscio di ognuno di noi diviso, come il giovane Malik del film, tra il bene e il male.


Quale scegliere? Sul più bello il regista francese si traveste da Ponzio Pilato e si limita a rappresentare il malvagio e i buoni sentimenti come le due facce di una stessa moneta in relazione di interdipendenza: senza l’una non esisterebbe l’altra.

Il carcere è lo scheletro su cui è costruito l’intero film, permeato da odio, violenza e ipocrisia.

In questo spaccato di mondo fa la comparsa un giovane arabo smarrito di nome Malik, un “pesce piccolo” con una condanna a 6 anni. Sarà presto ricattato dal boss dei Corsi, Luciani.

Il primo omicidio che Malik compie è, oltre che un tradimento verso la propria razza, l’inizio di una parabola criminale che lo condurrà a divenire il simbolo del nuovo che avanza, un nuovo multirazziale che proviene non certo dal vecchio continente ma che incarna uno spirito cosmopolita.

Nessuna retorica banale sul fondamentalismo arabo o sull’odio razziale. Basti pensare che il protagonista è inviso ai suoi stessi connazionali. La legge che vige è quella del più astuto.

Malik è bravo nel sottomettersi al boss Luciani senza mai ribellarsi. Da questi riceverà protezione e privilegi, ma anche tante umiliazioni fisiche e verbali da far invidia al ragionier Fantozzi.

Audiard muta il tema del rapporto padre-figlio in quello servo-padrone ma con una variante: il servo è scaltro e troverà il tempo di imparare a leggere e scoprire gli avvicendamenti dei clan criminali, sfruttandoli a proprio vantaggio.

Tutto è filtrato dalla soggettiva frammentaria del quasi ibrido Malik, dall’immobilità di Luciani che contrasta con il desiderio di fuga del boss dalla reclusione coatta, dallo squallore e dalle tonalità scure e monocromatiche del carcere.

Non c’è redenzione nel film di Audiard, solo un atto d’accusa volto a smascherare quanto di sbagliato c’è nella società moderna, chiusa nell’avidità e nell’odio. Urge davvero un profeta, non certo Malik.

Emanuele Zambon

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