“Boris” pronto il film: dal 1 aprile nei cinema

di Paolo Maria Addabbo Commenta

Dopo il successo delle tre serie arriva anche il film di Boris

BORIS ESCE IL FILM

L’unica serie televisiva italiana che ha unito la satira alla comicità adesso è anche un film. Dopo il successo delle tre serie è pronto il lungometraggio che racconta, in maniera metafilmica e metacinematografica, le vicende di una troupe televisiva del “sottobosco” del mondo televisivo, in particolare quello romano. Nelle tre serie realizzavano una fiction di pessima qualità per il servizio pubblico, questa volta saranno alle prese con un “nuovo progetto”: un “cine-panettone” (sono chiamati così i film “natalizi” di ampia portata commerciale).


IL MIX DI COMICITA’ E SATIRA
“Boris” è il nome di un pesciolino che il regista René (Francesco Pannofino) tiene sul “combo”, cioè un piccolo schermo usato dai registi per vedere come viene girata la scena. Il regista, che appare eccentrico se non “insano”, parla e si sfoga continuamente con l’animale, a cui ha dato il nome di un tennista (infatti, piccola curiosità, inizialmente il nome della serie previsto era “Sampras”). E già qui troviamo un primo riferimento con la realtà: anche il regista di centovetrine avrebbe avuto la stessa abitudine. Il senso della “metafiction” è quello di mostrare la goffaggine e la corruzione che si trova dietro il mondo della tv: la trama che devono rappresentare è incoerente ed è, volutamente, di bassa qualità, scritta da tre sceneggiatori che di volta in volta, con uno sketch diverso, trovano “a caso” le parole di cui è fatta la sceneggiatura: ogni volta che sul set si incontrano difficoltà con la sceneggiatura, che non è per nulla chiara, si apre un flashback con gli sceneggiatori mentre la compongono. La bassa qualità della serie di “Occhi del Cuore”, si scopre tra la seconda e la terza serie, è voluta perché ci sono interessi forti a mantenere basso il livello del mercato televisivo. Inoltre la fiction che realizzano è chiaramente ispirata a “Incantesimo”: c’è una clinica, ci sono avvocati e c’è corruzione politica dietro le decisioni di cast e lavoranti; non è un caso che quella fiction è stata appellata come una sorta di “ufficio di collocamento per i politici”. Su questo si innestano le gag comiche e le frasi ricorrenti. Al tecnico della luce, un cocainomane siciliano di nome Duccio (Ninni Bruschetta), viene detto sempre di “aprire tutto, smarmella”, cioè gli viene ordinato di illuminare al massimo la scena senza criterio e quindi senza svolgere un effettivo lavoro. Oppure, quando oramai tutti hanno perso tempo e comunque “bisogna portare a casa la giornata” allora René ordina: “fate tutto a cazzo di cane!”. Ma la complessità dei personaggi e le ricchissime sottotrame rendono vano ogni tentativo di spiegare l’universo di Boris che, oltre agli sketch comici, fornisce uno spaccato della società italiana, soprattutto quella “vipparola”… Ma non solo.

Paolo Maria Addabbo

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