Intervista a Carlo Vanzina

di Eleonora Costa Commenta

Carlo Vanzina, in pausa dai soliti film di Natale, presenta a Milano il suo ultimo successo “ Ti presento un amico” ...

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Carlo Vanzina, in pausa dai soliti film di Natale, presenta il suo ultimo successo “ Ti presento un amico” una commedia sofisticata definita dallo stesso regista: “ un genere diverso che mi piacerebbe continuare a praticare. Il tipo di umorismo che vi si respira, infatti, non è da risata grassa, si sorride come nelle commedie nobili del passato …”

Leggiamo subito l’intervista!


D: Com’è nata l’idea di questo film?
R: Mio fratello Enrico aveva scritto una sceneggiatura con Francesco Massaro che avrebbe dovuto essere il regista di un film prodotto da Alessandro Fracassi. Il progetto ad un certo punto si è arenato fino a quando Enrico non l’ha mandato a Raoul Bova, che cercava da tempo una commedia sofisticata, sul genere di quelle inglesi interpretate da Hugh Grant e scritte e/o dirette da Richard Curtis. Con l’arrivo di Bova nel progetto è stato subito semplice trovare finanziamenti e quando mio fratello mi ha fatto leggere il copione ho capito subito che avrebbe potuto rappresentare una buona occasione per concedermi una pausa dai tanti film comici, sia quelli di natale, sia quelli “estivi”, che se diventano troppo frequenti si rivelano meno stimolanti. La sophisticated comedy mi è sempre piaciuta e così abbiamo iniziato a riscrivere la sceneggiatura, pensando a quanto oggi uomini e donne siano vittime del clima di costante precarietà sul lavoro che influisce anche sulla loro stabilità sentimentale.

D: Si tratta di un film volutamente poco italiano …
R: credo sia in grado di vivere di vita propria, in una prima versione aveva un’ambientazione non romana e prevedeva che il ramage fosse trasferito per una settimana in una città europea mentre temeva di essere licenziato. E’ una storia che poteva essere credibile un po’ ovunque, in Francia o in Inghilterra, ma ad un certo punto è arrivata la scelta di Milano che offriva anche il contesto giusto per i personaggi di contorno. Bova è un attore brillante e non comico, sarebbe stato sbagliato inserire nella vicenda una serie di caratteristiche tipiche della commedia all’italiana e abbiamo così dirottato verso un genere diverso che mi piacerebbe continuare a praticare. Il tipo di umorismo che vi si respira, infatti, non è da risata grassa, si sorride come nelle commedie nobili del passato per le situazioni divertenti, con momenti di commedia frenetica fra equivoci e scambi di persona: per una volta i meccanismi classici non sono funzionali soltanto agli “exploit” del comico di turno.

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D: Le fa piacere ogni tanto cambiare genere ed interessi?
R: Moltissimo, negli anni scorsi avevo compiuto ogni tanto incursioni ambiziose in contesti più insoliti- ad esempio con “La partita” con Faye Dunaway e Mattehew Modine o “Tre colonne in cronaca” con Volontè e Castellitto – ma dopo aver diretto ultimamente diverse commedie popolari con i vari comici del momento l’idea di percorrere strade diverse mi piace, e non è un caso che negli ultimi tempi si moltiplichino nuove commedie dirette da nuovi registi, ho trovato ad esempio deliziosi sia “Benvenuti al sud” di Miniero, sia “Cado dalle nubi” di Gennaro Nunziante con Checco Zalone. E’ giusto che un regista che abbia esperienza accompagni nuovi comici e nuovi progetti portandovi comunque freschezza: rischieremmo di essere patetici a fare solo un cinema che funzionava in passato, bisogna battere anche vie nuove.

D: Come ha trovato Raoul Bova a 17 anni di distanza dal vostro “Piccolo grande amore”?
R: Raoul aveva in pratica iniziato a recitare con me quando era ancora molto giovane, oggi è più maturo, è un grandissimo professionista, un perfezionista e in questa occasione ha voluto collaborare anche al copione cercando di portare il suo personaggio in una dimensione che gli piaceva. Non è un attore pigro, ha bisogno di concentrazione, forse girando spesso in America ha assorbito quel metodo. Ho ritrovato una persona deliziosa, buona , generosa, disponibile, se non ci fosse stato lui un film simile non si poteva fare, è l’unico oggi in Italia ad avere lo charme adeguato a questo tipo di storia.

D: Come ha coinvolto il suo cast? Ne è soddisfatto?
R: Abbiamo scritturato una serie di giovani attrici, tutte molto diverse tra loro: la prima novità è venuta dall’inglese Kelly Reilly che mi era piaciuta molto nelle sue commedie francesi di Cedric Klapish “L’appartamento spagnolo” e “Bambole russe” e poi nel recente”Scerlock Holmes”. Si è rivelata un interprete brillante e di ottimo livello e si è messa con umiltà a disposizione del film. Martina Stella poi interpreta con notevoli verve e grazia il ruolo di un’ ingenua pasticciona dimostrando di non essere soltanto una bella ragazza ma anche un’interprete in grado di padroneggiare le corde di una commedia come poche sue giovani colleghe sanno fare. Barbora Boboluva mi è sempre piaciuta, sapevo che era un’attrice coi fiocchi, nonostante lei provenga da un tipo di cinema di solito serio ed impegnato si è rivelata anche molto sensibile e a suo agio con i meccanismi della commedia. Ho deciso in fine di dare spazio a Sarah Felberbaum dopo un provino strepitoso: nel nostro film è Francesca un personaggio che è stato aggiunto nell’ultima versione del copione: quando incontra Marco in un bar gli versa del caffè addosso e solo quando lo rivede in ufficio capisce che si tratta del suo nuovo capo, al quale sbatte anche una porta in faccia: lui sarebbe costretto a licenziarla ma non ha il coraggio di farlo…

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