Buried – recensione

di Elena Botta Commenta

Il regista spagnolo è riuscito, con movimenti di macchina all'interno di una cassa, a rendere 90 minuti di film non claustrofobici

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Edgar Allan Poe è stato ossessionato tutta la vita dalla paura di essere sepolto vivo e nei suoi racconti ne ha sempre parlato come un lucido incubo, che a tratti diventa quasi grottesco, un modo forse per esorcizzarlo, o per viverlo in prima persona, descrivendolo in modo maniacale, fino a non riuscire a distinguere più il narratore dal protagnista del racconto.
Un modo catartico per palesare la paura della morte, l’horror vacui, l’oblio dell’anima che si disintegra e si perde nel cosmo infinito; o l’angoscia esistenziale dell’attimo prima della morte stessa, in cui ognuno si ritrova ad affrontare tutta la propria esistenza e la paura dell’assoluto e dell’irrazionale.
La catalessi, malattia di cui soffriva l’autore, era la sua condanna: il dover affrontare consapevolmente la sua paura di essere sepolto vivo in qualsiasi momento senza preavviso, poichè le scoperte mediche del periodo non erano ancora tali per discernere la catalessi dalla morte.



Poe è stato un maestro in queste deliranti, ma allo stesso tempo lucide descrizioni e molti dopo di lui ne hanno parlato o trasposto su uno schermo cinematografico senza però la consapevolezza di doverlo vivere in prima persona e quindi senza un sentimento intenso e senza pathos.
Rodrigo Cortes, giovane regista spagnolo, ha accettato la sfida e ha portato sullo schermo una sceneggiatura ritenuta non adatta al grande schermo ma in qualche modo ci è riuscito, prendendo come esempio Hitchcock, il maestro assoluto delle trasposizioni delle fobie che attanagliano l’essere umano e che soltanto lui è riuscito a trasferire sul grande schermo.
Il regista spagnolo è riuscito, con movimenti di macchina all’interno di una cassa, a rendere 90 minuti di film non claustrofobici e statici come ci si potrebbe immaginare, ma coivolgenti e dinamici, riempiendo il profilmico di suoni extra diegetici con voci, rumori e azione.
Lo spettatore si identifica nelle azioni del protagonista più che nella sua lenta e soffocante agonia, perchè sepolto con lui ci sono un cellulare e diversi attrezzi di cui si servirà nelle varie fasi della vicenda, trasformando così questo dramma a tratti in commedia dell’assurdo, in tragedia e a volte in un action movie alimentato dalla speranza di salvezza.
Più che un intento di lettura politica di cui lo sceneggiatore Chris Sparling prevedeva, il tema che pervade il film è l’incomunicabilità: il cellulare, totem della comunicazione dei nostri giorni, diventa nemico perchè quella che sembra all’apparenza, una comunicazione diretta e istantanea, diventa piena di ostacoli e lenta per via di muri burocratici, di persone che non capiscono, di batterie che si scaricano.
Il finale, seppur prevedibile, viene risolto in modo molto acuto.
Buried è una pellicola davvero interessante che val la pena vedere.

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