Il cast del film “Una canzone per te” a Milano

di Eliana Tagliabue Commenta

Giovedì 27 maggio, presso lo showroom D&G di Milano si è svolto un piccolo rinfresco al quale hanno partecipato alcuni attori del cast del film Una canzone per te.

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Giovedì 27 maggio, presso lo showroom D&G di Milano si è svolto un piccolo rinfresco al quale hanno partecipato alcuni attori del cast del film Una canzone per te.
Nello specifico erano presenti, oltre al regista Herbert Simone Paragnani, i due protagonisti: Emanuele Bosi e Michela Quattrociocche, la co-protagonista Agnese Claisse,Guglielmo Scilla, conosciuto su youtube come “Willwoosh” e che interpreta il personaggio di Gino, e Martina Pinto, che interpreta Veronica.
I giovani attori si sono resi disponibili a rispondere alle domande di noi giornalisti, durante la tranquilla ed informale atmosfera dell’aperitivo.
In particolare, andiamo a vedere cosa ci hanno raccontato la bella protagonista, Michela Quattrociocche, ed il regista del film, Herbert Simone Paragnani.

Intervista a Michela

Nel film abbondano molto le tipologie, dato che troviamo la ragazza bella e popolare, il ragazzo figo che inevitabilmente sta con la più popolare, la sfigata della situazione che però poi si rivela essere molto meglio di come appare…pensi che sia lo specchio della realtà giovanile italiana?
Assolutamente no. Secondo me rappresenta forse una piccola fascia della nostra generazione o della società, ma non è così.
È un po’ calcata, un po’ marcata, ma non è così. Almeno, quando andavo al liceo io non c’era questa differenza tra la più brutta e la più bella: eravamo tutti uguali. Ovviamente ci sono poi dei gruppetti, che non vanno però a popolarità o a bellezza.
Assolutamente no, anzi la trovo anche una cosa un po’ superficiale.
Però secondo me si rifà anche a dei modelli di film americani, perché se vai a vedere i teen-movie americani, tipo, non so se hai visto Mean Girls? Ecco, per me è un po’ come quel genere di film, che poi sembra una banalità ma secondo me quel film ha una struttura di livello.
Non è un film banale per ragazzine, c’è anche dell’altro, quindi si rifà anche un po’ a quello: ad un modello americano più che italiano.
Infatti secondo me questo film non sembra neanche italiano, è più americano.

Se ti capitasse nella vita reale la stessa occasione che capita al protagonista, paradossalmente ovviamente, perché sappiamo che non è possibile.
Ci sarebbe un giorno della tua vita per il quale tu ritorneresti indietro o a viverlo così com’era o addirittura a cambiarlo?

No, già mi ritengo fortunata.
I momenti belli sono belli perché già sono vivi nella nostra memoria: penso che riviverli non sarebbe poi così bello.
Perché la prima volta che vivi un momento è bello perché è il primo: riviverlo di nuovo non è la stessa cosa.
Io non vorrei rivivere nulla, neanche se avessi fatto una cavolata. Infatti poi nel film si capirà ancora di più perché non si dovrebbe giocare col destino, e io credo molto nel destino.

Tu hai recitato, prima di questo film, in due film di Moccia tratti dai suoi romanzi, e lì stavi con un uomo più grande, mentre qui stai con un tuo coetaneo.
Tu in quale amore ti rispecchi di più? Preferiresti stare con un coetaneo piuttosto che con un uomo adulto?

Secondo me ci vuole una via di mezzo: né un coetaneo, né un uomo troppo grande.
Per me l’ideale sono quei cinque, sei anni di differenza, anche dieci, che ti danno l’equilibrio nella coppia: si sa che noi donne siamo più mature.
Però è una sciocchezza anche pensare una cosa del genere, perché l’amore è cieco, l’amore va oltre le differenze: non si può mai escludere nulla.
Per me l’ideale è quello perché il mio fidanzato (il calciatore Alberto Aquilani, n.d.r) ha quattro anni più di me, quindi per quello lo dico.
Infatti sappiamo che col tuo fidanzato hai un ottimo rapporto…
Sì, ottimo.
Pensate anche al matrimonio? Puoi farci qualche indiscrezione?
Al matrimonio alla fine ci pensa ogni ragazza, io ci penso ma penso sia normale. Non ho un progetto preciso, vivo la cosa giorno per giorno.
Perché penso sia quello il trucco per mandare avanti una storia: non fasciarti la testa e viverla così com’è.
E il fatto che siate tutti e due molto impegnati non ha mai costituito un ostacolo al vedervi, alla vostra storia?
No no. Anzi, a volte la distanza rafforza l’amore, se il rapporto è vero.

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Com’è cambiata la tua vita da quando hai cominciato a diventare famosa? In altre parole tu sei una ragazza molto giovane: riesci ancora a fare quelle cose tipiche delle ragazze della tua età, tipo lo shopping con le amiche, andare a ballare,….?
No, a ballare non ci vado perché non mi piace.
Non ti fermano mai per strada, non ti disturbano?
Disturbano mai. Mi fermano, ma è una cosa che fa piacere, poi non è che sono Madonna: è una cosa tranquilla e gestibile, quindi io conduco la mia vita normale di sempre, per fortuna.

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Intervista al regista

Perché per il tuo primo lungometraggio hai scelto un film sul mondo giovanile? Dipende dal fatto che questi film costituiscono un po’ la moda del momento? Pensi che Federico Moccia ti abbia influenzato in qualche modo, magari inconsapevolmente?
No, non mi ha ispirato perché questo film con Moccia e il filone Moccia non c’entra assolutamente nulla. Se questo film deve qualcosa a qualche genere, è sicuramente quello dei college-movie americani: è più American Pie, piuttosto che qualsiasi cosa sia stata fatta in Italia.
È il mercato che in qualche modo ti influenza l’uscita, ma non perché io abbia voluto fare un film adolescenziale, (posto che quest’etichetta per me neanche ci sta bene), ma perché io ho scritto varie sceneggiature che ancora non sono riuscito a realizzare: una è un horror, un’altra una commedia sociale,….voglio dire, questo film racconta anche molto il mio ultimo anno e mezzo sentimentale, nel senso che io sono stato diviso fra due ragazze per un bel po’, e questo c’è nel film.
Alla fine questa cosa il mio produttore non la sa neanche, e se gliel’avessi detta prima si sarebbe spaventato a morte, perché avrebbe sentito un tono troppo autobiografico e troppo autoriale.
L’importante è quindi dire sempre qualcosa di te in ogni film, anche in uno in cui i protagonisti sono dei ragazzi, dove non è detto che parlino solo loro.

Questi protagonisti giovani che appaiono nel tuo film rappresentano lo specchio della realtà giovanile italiana, perché per descriverli hai fatto delle ricerche e degli studi reali, o piuttosto sono lo specchio di come li vedi tu?
Io credo una cosa: secondo me fare un film a tavolino è sempre perdente, posto che non ci riuscirei perché sono pigro.
Alla fine la spina dorsale della storia è una storia successa a me in un anno e mezzo. Credo che alla fine se i film incontrano i gusti del pubblico lo fanno perché parlano di storie universali.
Faccio un esempio di un cineasta a me lontanissimo come Moccia: Scusa ma ti chiamo amore secondo me funzionò perché lui è riuscito a descrivere una storia molto classica, cioè quella dell’adolescente che s’innamora del quarantenne.
La mia unica osservazione sui giovani di oggi è che le ragazze di vent’anni sono molto più avanti dei loro coetanei, e quindi sono molto più libere anche di andare appresso ad un quarantenne.

Che tipo di messaggio vuoi trasmettere con questo film? Il fatto che tu permetta al protagonista di avere una possibilità che nessuno si potrebbe mai sognare, cioè quella di tornare indietro nel tempo: cosa significa? Cosa vuoi dire?
Diciamo che oltre ad essere un espediente narrativo secondo me molto efficace, soprattutto è efficace perché il protagonista in realtà inizialmente ha dei problemi, nel senso che è superficiale ed ha un approccio superficiale, sia con la musica che con la sua ragazza, che infatti glielo dice chiaro e tondo.
Potrebbe scegliere di andare avanti e rimediare, ma in realtà da superficiale prende la scorciatoia, cerca di “barare”, però così non si cresce. In quel caso, quindi, il destino, attraverso questo “Uomo del destino”, che è poi il papà di Agnese (Agnese Claisse, l’attrice co-protagonista, n.d.r), lo avvisa che potrebbe anche andar male, ma lui non gli dà retta.
E il destino gli vuole insegnare che gli andrà anche peggio, perché in realtà non serve barare nella vita.
Quando gli si riproporrà di nuovo la possibilità di tornare indietro, in un momento molto brutto per lui, a quel punto sarà cresciuto, grazie anche all’incontro con Lisa e sceglierà quindi di andare avanti, qualsiasi cosa succeda.
Quindi credo che il messaggio sia quello che è importanti essere onesti con se stessi, e saper crescere anche attraverso le avversità che la vita ti propone.

Com’è stata l’esperienza di lavorare con un cast di persone tutte giovani?
È stata una bell’esperienza perché io ho un problema che credo mi aiuti: non ho mai avuto la percezione dell’età, né mia né delle altre persone, quindi mi sono sempre rapportato da quando avevo vent’anni con gli adulti, e adesso che sono non più tanto giovane, mi rapporto coi ragazzi in maniera assolutamente paritaria. Da professionista a professionista.

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Tu sei stato il capo-sceneggiatore di tutta la prima stagione dei Cesaroni.
Ci sono dei commenti, in merito a questa serie, secondo i quali viene considerata un po’ ipocrita, in quanto nega l’esistenza di tematiche molto vicine al mondo dei giovani, ma che lì non vengono minimamente accennate, al punto da negare la loro stessa esistenza.
Ad esempio, nell’ultima stagione, viene trattato il tema dell’abbandono della scuola da parte degli adolescenti, che inseguono il miraggio dello spettacolo: un tema quindi negativo; parimenti, però, quando si tratta di affrontare la tematica di una ragazza di vent’anni incinta, l’idea dell’aborto non viene neanche accennata. Eppure è innegabile che sia una tematica giovanile più attuale che mai. Ciò ha fatto sì che la serie venisse accusata di ipocrisia e moralismo, al punto da sembrare poco realistica.
Tu che ne pensi?

Intanto mi stai dicendo tu dei risvolti dell’ultima stagione de I Cesaroni perché io non l’ho seguita.
Ho sceneggiato la prima stagione, ed ho visto delle puntate della seconda, nelle quali però non mi rispecchiavo.
Le accuse di ipocrisia sono giustificate, ma non devono essere rivolte a chi sceneggia, bensì alla televisione italiana che non consente di toccare certi argomenti.
Basti pensare che quando ci siamo recati in Spagna per acquisire i diritti del format originale Los Serranos, gli spagnoli ci hanno confidato di essersi ispirati alla commedia italiana.
Puoi immaginare quanto li abbia sorpresi il vedere che a loro volta gli italiani s’ispirano ad un prodotto spagnolo, che però in origine era italiano.
E lì la televisione è diversa: puoi parlare di tutto, della politica, del re, non t’impediscono nulla.

Scritto da: Eliana Tagliabue

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