John Turturro presenta “Passione” a Milano

di Eliana Tagliabue Commenta

John Turturro ha presentato ufficialmente il suo ultimo film: "Passione –un’avventura musicale", la cui uscita in sala è prevista per il 22 ottobre...

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Giovedì 14 ottobre, presso la Terrazza Martini a Milano, si è svolta la conferenza stampa che ha visto protagonista il regista John Turturro, il quale ha presentato ufficialmente il suo ultimo film:
Passione –un’avventura musicale, la cui uscita in sala è prevista per il 22 ottobre.
Turtrurro si è così gentilmente reso disponibile a rispondere alle domande di noi giornalisti.

D: Guardando questo film mi sono chiesto che fine abbiano fatto i cliché di “pizza e mandolino”…
R: Sono cliché ormai molto conosciuti, quindi apposta non abbiamo voluto mostrarli.
Il fatto di essere regista di questo film mi ha reso molto felice, poiché io amo la musica e grazie a questo ruolo ho potuto sentirla molto.
Ho impiegato due anni a conoscere tutta la musica napoletana, per poi essere in grado di scegliere le canzoni migliori.

D: È vero che una delle persone che l’ha fatta appassionare a Napoli è stato Francesco Rosi?
R: Conoscevo Napoli già da prima, ma sicuramente Rosi me l’ha fatta conoscere come sede di scrittori e di gran parte della letteratura.
Poi lui ha anche seguito la lavorazione del film: è venuto nella sala di montaggio e ciò che ha visto gli è piaciuto, ed il suo apprezzamento è stato molto importante per me.

D: Quanto ha contribuito la sua famiglia alla realizzazione di questo film?
R: La mia famiglia ha contribuito apprezzando molto le canzoni del film , e quelle della tradizione napoletana in generale.
In particolare mio figlio piccolo, di dieci anni, ha amato moltissimo le canzoni ritmate del film.

D: Come ha scelto le canzoni presenti nel film?
R: Sicuramente una canzone che ho voluto inserire è stata Tamurriata nera, perché non p una canzone molto conosciuta al di fuori dell’Italia, e poi ne ho apprezzato moltissimo la versione di Beppe Barra: ci sono dei suoni che rendono molto il senso di poesia che io volevo dare.
Le altre canzoni me le hanno fatte conoscere i vari artisti che ho incontrato.
Da parte mia ho cercato di evitare d’inserire quelle più conosciute, proprio perché già si ascoltano frequentemente.

D. Come avete scelto le location? In base alle canzoni o solo per il loro fascino?
R: Abbiamo cercato di scegliere i luoghi meno tipici di Napoli, che a volte concordano con le canzoni, altre volte sono addirittura in contrasto.
Il fatto è che questo film è un po’ come se fosse un musical, e la caratteristica principale di questo genere è che necessita moltissimo tempo nella fase di preparazione, tempo che noi non avevamo, perché gli artisti non avevano molti giorni a disposizione per provare.
Ciò però alla fine ha giovato, perché ci ha regalato performance incentrate sulla spontaneità.

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D: Quindi alla fine il risultato ottenuto è stato un musical…
R: Sì, credo di averlo fatto. L’idea di base era quella di girare un documentario, e alla fine ci siamo ritrovati invece con un musical.

D: Perché nel film si firma “Giuà”?
R: Innanzitutto è perché a Napoli mi chiamavano così, e poi è anche una sorta di tributo a questo lavoro frutto di sforzi comuni: è il risultato di una collaborazione senza la quale il film non sarebbe stato possibile.

D: Gli straordinari e potentissimi arrangiamenti musicali sono il frutto di un lavoro al quale ha partecipato anche lei o se li è ritrovati già preparati dagli artisti? Dove avete girato Il Canto delle Lavandaie?
R: Molti degli arrangiamenti sono stati realizzati appositamente per il film, altri invece già esistevano.
Gran parte degli artisti, inoltre, oltre ad essere dei cantanti, sono anche veri e propri attori, e le canzoni sono recitate oltre che cantate.
Tra l’altro sono rimasto a lungo in dubbio se inserire o no Malafemmina, poiché è una canzone arcinota.
Alla fine comunque ho deciso di metterla proprio in virtù della particolarità della sua storia, che narra della reazione di un uomo, che tradisce da sempre la moglie, nel momento in cui è lei a tradire lui.
Il Canto delle Lavandaie l’abbiamo girato in un acquedotto romano fuori Napoli, a Pozzuoli per la precisione.

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D: Com’è stato l’incontro con Fiorello?
R: Avevo conosciuto Fiorello durante il suo programma radiofonico.
Poi sono andato ad un paio di suoi concerti e, in quell’occasione, gli ho chiesto se volesse fare un film con me.
Lui mi ha chiesto: “Per quanti giorni?”, perché non ama molto fare cinema.
Io invece trovo che sia un grandissimo talento, dotato della stessa spontaneità dei bambini, al punto da ammettere candidamente le sue paure: quella delle api, quella del ciuccio…paure che l’ho aiutato a superare sul set.
Penso che sia portatissimo per il cinema, ma ha anche bisogno di essere lasciato libero, di agire con spontaneità.

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