Il cast di “Figli delle stelle” a Milano

di Eliana Tagliabue Commenta

Martedì 19 ottobre, presso il cinema Apollo di Milano, è stata proiettata l’anteprima stampa del film “Figli delle stelle”, di Lucio Pellegrini, a cui è seguita la relativa conferenza...

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Martedì 19 ottobre, presso il cinema Apollo di Milano, è stata proiettata l’anteprima stampa del film Figli delle stelle, di Lucio Pellegrini.

Il cast dei protagonisti principali era composto da: Pierfrancesco Favino, Fabio Volo, Giuseppe Battiston, Caludia Pandolfi, Paolo Sassanelli e Giorgio Tirabassi.
A seguire c’è stata la conferenza, alla quale hanno partecipato il regista con gli attori (esclusa la Pandolfi), che si sono resi molto disponibili a rispondere alle domande di noi giornalisti, alternandosi nelle risposte.

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D. Questo film trae ispirazione dall’attualità e la politica: che messaggio vuole dare?
R. Il film non vuole dare messaggi. Racconta semplicemente la storia di alcuni personaggi, per mezzo di una commedia.
Qualsiasi film ha al suo interno contenuti politici, ma questo non vuol dire che debbano diventare il suo messaggio principale.

D. Come ha scelto i personaggi?
R. All’inizio pensavo che i personaggi dovessero essere molto diversi tra loro: mi piaceva l’idea di un gruppo di trentacinquenni che ancora non avessero un posto preciso nel mondo.
Ho cercato quindi di mettere insieme un cast che fosse abbastanza eterogeneo.
Ad esempio la giornalista interpretata da Claudia Pandolfi non riesce ancora a fare bene il suo lavoro, perché troppo empatica.

D. Perché “Figli delle stelle”?
R. Perché è una canzone con un significato ideologico.
Loro non sono piegati alle ideologie, tanto che fanno il rapimento per una buona causa, cioè risarcire la vedova di un loro amico morto sul lavoro.

D. Perché l’uso di salti temporali?
R. Quella è una scelta narrativa per conferire dinamicità al film, e per consentire ai personaggi di far emergere se stessi e le loro storie poco a poco.

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D. Come può essere definito il rapporto tra i protagonisti e i membri della piccola comunità che li aiuta?
R. Si tratta indubbiamente di un rapporto a due facce, in quanto la comunità decide dapprima di partecipare al rapimento in modo del tutto amorale, guidata da un qualunquista odio generico verso i politici, per poi applaudire entusiasticamente alla polizia durante il salvataggio.

D. Perché la scelta di lasciar libero Favino?
Perché mi piaceva l’idea di lasciar andare uno dei personaggi.
Favino, nell’incontro finale col ministro, sembra che possa dirgli qualcosa, ma in realtà alla fine tacciono tutti e due, perché hanno vissuto insieme un’esperienza molto intensa, ma non hanno ormai più nulla da dirsi.

D. Scrivendo questo film, vi siete posti la possibilità che potesse anche andare in una direzione violenta, come ad esempio i film dei fratelli Cohen?
R. No, perché racconta di altro.
Parla di una convivenza forzata di un gruppo di persone diversissime tra loro, che rapiscono maldestramente un politico che a sua volta si rivela molto diverso da come sembrava.
Quindi è una commedia, un film di genere diverso che non poteva prendere una direzione violenta.

D. Perché il “Va’ pensiero” come colonna sonora durante gli arresti?
R. Perché era la musica che più si addiceva alla situazione: risveglia scintille negli ascoltatori.

D. Ho notato che LA 7 appare parecchio nel film…
R. Sì, in questo modo claudia Pandolfi ha avuto la possibilità di recitare il suo ruolo in una televisione reale, e quindi ha potuto calarsi meglio nei panni del personaggio.

D. Si può ridere del terrorismo?
Il film non è certo stato fatto con questo scopo.
L’unica cosa della quale si può ridere è la situazione in sé, di questi personaggi che giocano a fare i rapitori senza però avere alcuna esperienza in merito.
Sono ancorati all’idea di fare la lotta armata, che però non hanno mai fatto.
Quindi non è certo un film che rimanda ai reali e tragici casi di terrorismo, né tantomeno vuole ridere di essi.

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