CineTv incontra il cast di “Una vita tranquilla”

di Eliana Tagliabue Commenta

Il 3 novembre, presso l’Anteo Spazio Cinema di Milano, si è svolta la presentazione del film "Una vita tranquilla"...

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Ieri, presso l’Anteo Spazio Cinema di Milano, è stato presentato alla stampa il film “Una vita tranquilla” per la regia di Claudio Cupellini. Presenti alla conferenza il regista, l’attore protagonista Toni Servillo ed il co-protagonista Marco D’Amore.

Tutti e tre si sono gentilmente resi disponibili a rispondere alle domande di noi giornalisti.

D. In questo film colpisce molto la forza della sceneggiatura, che presenta una storia ricca di contrapposizioni….
R. Toni Servillo: È vero. La prima contrapposizione presente è quella riguardante la duplice natura del personaggio di Toni Servillo: da un lato padre e marito amorevole che conduce una vita tranquilla, per l’appunto, e dall’altro spietato killer camorrista.
Anche le tre lingue che parla (italiano, napoletano e tedesco) rappresentano altrettanti modi per nascondersi, per sfuggire ad un passato che inevitabilmente ritorna (sotto le spoglie di un figlio che ha deciso di seguire la sua stessa vita), perché Rosario è il prototipo del criminale nascosto che vive costantemente nella paura.

D. È possibile che ci siano delle similitudini tra il personaggio di Rosario e Titta de Le conseguenze dell’amore, come ad esempio la solitudine presente in entrambi?
Toni Servillo: Non credo che la solitudine sia un elemento sufficiente ad accomunare i due personaggi, perché comunque in questo caso vediamo un papà felice, almeno finché il passato non ritorna.
Personalmente non ho riscontrato alcuna somiglianza fra i due: ho fatto un lavoro completamente diverso per immedesimarmi nell’uno e nell’altro, anche perché Rosario, differentemente da Titta, è chiacchierone, allegro ma anche spietato.
Lui non subisce, ma reagisce.

D. Spesso il personaggio di Rosario viene inquadrato tramite un vetro, che lo riflette o comunque lo separa, come uno schermo…
Claudio Capellini: Sì, c’è sempre uno schermo, ma riguarda anche gli altri personaggi, proprio per raccontare la loro solitudine e chiusura rispetto al mondo circostante.
Si tratta di uno stratagemma narrativo che rende visivamente il loro essere braccati: come una sorta di velo trasparente che li separa da tutto e tutti.

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D. Marco D’Amore, questo film per te rappresenta il tuo esordio cinematografico, dato che prima ti sei occupato solo di teatro. Come hai fatto a costruire il personaggio di Diego?
Marco D’amore: Io ho avuto la fortuna, fin da giovanissimo, di poter lavorare con la compagnia di Toni, di recitare nel Pinocchio di Andrea Renzi, dove Toni era uno degli attori; dopodiché sono venuto a Milano a studiare, e qui ho frequentato la Grassi, per poi lavorare con una compagnia romagnola che si chiama “Le belle bandiere”.
Poi c’è stato quest’incontro con Claudio, che ha segnato la mia prima volta al cinema, permettendomi appunto di debuttare con un ruolo molto complesso.
È un personaggio che tiene segreti i suoi sentimenti, che vive in una dimensione di silenzi, almeno fino all’ultima battuta, quando grida al padre: “Perché non mi hai portato con te??”, sfogando così tutto il suo dolore.

D. Per costruire il personaggio di Rosario si è avvalso della sua esperienza di recitazione teatrale?
Toni Servillo: Il teatro è la mia occupazione principale, quindi è inevitabile che mi abbia aiutato nella creazione del personaggio.
Ho un rapporto quotidiano con la recitazione teatrale, quindi per me è un vero e proprio allenamento, anche se è vero che teatro e cinema sono molto diversi tra loro: sono un po’ come un marito ed una moglie che devono dormire in camere separate, ma alla fine si aiutano e sostengono a vicenda.

D. Claudio, nelle note di regia hai affermato che in questo film sono presenti i tuoi ricordi d’infanzia…
Claudio Capellini: Sì, perché abbiamo ambientato questo film in un piccolo paesino vicino a Francoforte.
Io vengo da Padova, e mio padre da un paesino lì vicino: quei posti danno sempre la sensazione di nascondere qualcosa sotto il loro apparente strato di serenità.

D. Mi ha colpito molto la luce presente nel film…
RClaudio Capellini: Quella è una cosa sulla quale abbiamo lavorato fin da subito col direttore della fotografia.
Dopo i primi sopralluoghi in Germania, e pensando alle tematiche del film, abbiamo subito capito che questa luce doveva essere molto fragile, molto debole, leggera…dovevamo cercare di neutralizzare il più possibile i colori.
Quando invece poi siamo nei boschi c’è tutto un altro tipo di sentimento: la luce è più forte, perché la foresta nel film, è teatro di eventi minacciosi, quindi doveva schiacciare, anche visivamente, con colori brillanti.

D. Per il protagonista sembra che la cosa che conti di più sia vivere: è disposto a fuggire abbandonando così una vita idilliaca, pur di non rischiare di morire…
Claudio Capellini: E in questo sta proprio la sua umanità: il suo terrore di morire.
L’unico sbaglio che fa nel suo piano di scomparire è quello di far sapere al figlio dove si trova, ed è per questo che alla fine deve fuggire di nuovo.

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D. Perché per il protagonista avete scelto il mestiere di cuoco? Non è una professione un po’ troppo “visibile” per uno che vuol nascondersi?
Claudio Capellini: No, perché comunque si tratta del cuoco di un piccolo paese della Germania, in un piccolo ristorante.
E poi lui si è costruito una vita falsa, passando attraverso vari lavori: diventa cuoco solo quando si sente davvero al sicuro, anche se poi, di fatto, non lo è.

D. Quando Diego porta Mathias in piscina, è perché anche lui vorrebbe una vita normale come la sua?
Claudio Capellini: Sì, ed allo stesso tempo la respinge. Questo perché lui, fin da piccolo, è cresciuto seguendo le regole della malavita, come Eduardo, che è un po’ l’altra faccia della medaglia.
Diego, però, si sente diviso a metà: perché da un lato vorrebbe una vita normale, ma dall’altro è troppo legato alla sua.

D. Il cinghiale, che più volte appare nel film, è un simbolo?
Claudio Capellini: certo, è il simbolo per eccellenza dell’animale braccato, proprio come braccato è il protagonista.

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