“Howl”: anteprima del film a Milano

di Eliana Tagliabue Commenta

Mercoledì 23, presso il Teatro Strehler di Milano, si è svolta l’anteprima nazionale di Howl, film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman che racconta le vicissitudini del poema omonimo di Allen Ginsberg.

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Ieri, presso il Teatro Strehler di Milano, si è svolta l’anteprima nazionale di Howl, film di Rob Epstein e Jeffrey Friedman che racconta le vicissitudini del poema omonimo di Allen Ginsberg, considerato osceno all’epoca della pubblicazione e per questo finito sotto processo.
Subito dopo abbiamo seguito la conferenza stampa durante la quale il regista, ospite speciale, ha gentilmente risposto alle domande di noi giornalisti.
Vediamo cosa ci ha detto.

D. Vorrei fare una prima domanda a Friedmann che riguarda proprio il film, perché sostanzialmente è strutturato in tre momenti diversi: momento processuale, che è costituito proprio come se fosse una fiction in senso stretto; la visualizzazione dell’Urlo, fatta attraverso l’animazione, e questo assemblaggio di dichiarazioni diverse fatte da Allen Ginsberg, riferite alla sua poetica ed alla sua vita. Volevo capire come si erano organizzati per strutturare questi tre movimenti così diversi fra loro anche se assolutamente interconnessi.
R. Lo scopo del progetto era quello di far rivivere il poema e presentarlo alle nuove generazioni.
Quando ce l’hanno presentato noi eravamo entusiasti perché eravamo interessati a fare un film che avesse come protagonista questa poesia.
Il problema era come fare un film su una poesia: ci sono voluti anni per capire che tipo di scrittura e di narrazione usare.
Abbiamo esplorato diversi possibilità in modo da poter rendere sia il processo narrativo che anche il percorso personale dello scrittore; e volevamo anche mostrare l’effetto che quest’opera produceva nel mondo in cui viveva e com’era appunto questo mondo.
Riguardo alle interviste esse si basano sulla ricostruzione di un’intervista che Ginsberg aveva rilasciato durante il processo ad un giornalista, che poi non l’ha mai pubblicata.
I disegni sono ispirati alla graphic novel realizzata da Eric Dooker, un disegnatore che ha lavorato con Allen Ginsberg alla realizzazione di questo libro.
D. Io volevo sapere se il processo ha in qualche modo contribuito alla fama del poema.
R. Sicuramente: lo dice durante l’intervista e lo dice anche ad uno dei testimoni durante il processo.
All’epoca è stata davvero una causa celebre che ha avuto moltissima copertura mediatica, ed è stato grazie al processo che il fenomeno della letteratura “beat” è diventato noto al grande pubblico

D. Perché per il ruolo del protagonista è stato scelto proprio James Franco?
R. James Franco si è rivelata subito la scelta migliore in quanto attore di grande spessore, ma anche grande appassionato di letteratura. È infatti vicino alla letteratura “beat”, ed è cresciuto nel nord California, centro propulsore di questo tipo di letteratura.
D. Io volevo sapere quando il regista ha letto per la prima volta il poema di Ginsberg e che impressioni gli ha fatto.
R. Lo lessi la prima volta al liceo. Era un poema che passava di mano in mano; mi ricordo che “Moloch” era una parola che ricorreva costantemente fra di noi, proprio per simboleggiare l’uomo e la struttra del potere: era una parola legata al caos.
Non so bene quanto lo abbia capito allora, e non mi sono subito reso conto che sarebbe diventato un pilastro portante della letteratura e cultura americana.
L’ho letto una seconda volta quando abbiamo iniziato a lavorare al film e sono rimasto molto colpito dalla sua forza scioccante, e dal fatto che viene ancora considerato troppo grezzo.
Sono rimasto colpito anche dalla presenza di tematiche che ancora oggi ci chiamano ad interrogarci, come la marginalizzazione, il consumismo,…e sicuramente anche la questione dell’orientamento sessuale.
D. Volevo chiederle se quando avete studiato la parte animata del film siete andati a riguardarvi film che hanno utilizzato questa tecnica, come ad esempio Kill Bill o quello dei Pink Floyd.
R. Abbiamo visto il video dei Pink Floyd e le tecniche con cui è stato realizzato; e sia io che Robert siamo abituati ad assemblare materiale di natura diversa, quindi per noi non è stata una grossa novità.

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D. Perché ha fatto questo film? Solo perché glielo ha chiesto la Fondazione Ginsberg o per altre finalità che si è imposto? Come pensa reagirà il pubblico all’uscita del film?
R. Sicuramente la tematica della libertà d’espressione è di fondamentale importanza, proprio perché il problema della censura è un problema che sussiste ancora negli Stati Uniti in varie forme ed in vari modi.
Le tematiche portate nel film sono tematiche dibattute tuttora nelle aule dei tribunali degli Stati Uniti: quali sono i limiti dell’espressione artistica? Quali quelli delle implicazioni politiche? Sono tutte domande che noi abbiamo ritenuto molto attuali, alla base del nostro progetto.
Riguardo al pubblico non so dire come reagirà: posso dire che ai vari festival nei quali il film sta girando sono stato avvicinato da vari giovani ventenni che non conoscevano assolutamente il poema e mi hanno espresso il loro riconoscimento per averglielo fatto conoscere.
D. Volevo chiederle se oggi c’è ancora qualcosa di “beat”, secondo lei.
R. Sicuramente c’è una forma di “beat” moderna, come ad esempio nella persona di James Franco, che cerca sempre di scardinare i suoi modi di espressione in favore di nuovi, i suoi metodi artistici.
Questo gruppo di letterati ha generato tutti i nuovi movimenti che hanno segnato gli anni Sessanta; e senz’altro c’è ancora un elemento positivo nei giovani che cercano di trovare un problema alle ingiustizie del mondo, che sono magari dei rivoluzionari arrabbiati.

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D. Nel film si dice che “Non esiste la “beat”, ma solo un gruppo di scrittori che vogliono essere pubblicati”. Cosa significa?
R. La definizione di “beat generation” è stata coniata dai mass media, che la usavano per rendere caricaturali questi scrittori che, dal canto loro, oscillavano sempre tra l’abbracciare questa etichetta ed il rifiutarla.
È stato Jack Kerouac a coniare questa espressione, e per questi scrittori ha rappresentato un modo di commercializzarsi.
D. Nel film ad un certo punto si dice che la poesia non può essere tradotta in prosa, voi invece non avete avuto dubbi a tradurla in cinema. Pensate che sia un linguaggio più idoneo?
R. Non abbiamo mai considerato il passaggio dalla poesia alla prosa, ma abbiamo preferito quello dalla poesia al cinema, cercando sempre di non accollare le due dimensioni ma di lasciare un certo spazio tra le parole e le immagini.
D. Mi stavo chiedendo se non avete mai pensato di affrontare questo film come un dramma processuale, per evidenziare l’impatto che il fatto ha avuto sull’opinione pubblica.
R. Avevamo un budget limitato ed abbiamo girato in soli quattordici giorni, quindi abbiamo dovuto fare delle scelte.
Abbiamo scelto di dedicare al processo alcuni spazi, preferendo sequenze nelle quali emerge il modo di parlare, pensare e vestirsi tipici del periodo.

Scritto da: Eliana Tagliabue

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